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il dramma dei siriani

Prima che tra gli alberi iniziassero a sorgere le strutture tirate su con legno e coperte da teloni di plastica, c’era un giardino rigoglioso. La vicinanza con campi coltivati, soprattutto a frutta, tabacco o ulivi, lo ha reso strategico. Non per l’agricoltura però. Ma per ospitare chi in quei campi ha trovato un lavoro illegale, sfruttato e pagato così poco da non potersi permettere alcuno spostamento dalla zona. E così, chi ha potuto ha concesso ai profughi in fuga dalla guerra in Siria la possibilità di rimanere sulla propria terra. Ovviamente pagando. Aanut, Joun, Koblias. Sono centinaia i piccoli campi in Libano che le autorità definiscono “Informal tent settlement”, numerosi soprattutto nella valle della Bekaa e Monte Libano. Accampamenti sono sorti in case abbandonate, vicino a piccole fabbriche e nei dintorni dei villaggi. Dovunque è stato possibile.

Le autorità si sono comportate fin dal primo momento in modo ambivalente. Quando è convenuto hanno chiuso un occhio, e sono nati così tanti campi da rendere impossibile una stima esatta. Quando no, nel 2015, nella speranza di mettere freno agli arrivi, il Libano ha poi imposto il blocco delle registrazioni all’Unhcr. Commissariato per i rifugiati che lavora senza che il paese abbia firmato le convenzioni internazionali, con relative restrizioni.

Il terrore della nuova nascita di campi strutturati dopo la complessa esperienza di quelli palestinesi ha imposto il no ai trattati e, ora, una linea sempre più dura contro i profughi. Campi strutturati, che garantirebbero migliore sanità, scuola per i bambini e altri servizi gestiti dalle nazioni unite, non sono pensabili perché il governo ha chiuso le porte. L’Unhcr allora registra chi può e da un’assistenza sporadica e male organizzata. Ai profughi più fortunati o arrivati prima, l’Unhcr garantisce un piccolo sussidio di 27 dollari a persona che viene caricato ogni mese su una carta di credito. Ma si tratta di spiccioli insufficienti anche per l’alimentazione. I siriani però possono entrare in Libano senza chiedere il visto.

Il permesso dura sei mesi dopo i quali, se non regolarizzati, rischiano di essere espulsi. Per regolarizzare la posizione occorrono lavoro e soldi che i profughi spesso non hanno. Così il senso di precariato aumenta. Il Libano ha anche concesso accesso agli ospedali pubblici e alle scuole per i bambini, ma i posti sono pochissimi e spesso i servizi sono di fatto preclusi. Emarginati dal governo e con poca assistenza i profughi sono diventati un business. Soprattutto per gli affitti. Dovunque si vada il prezzo è quasi standard: cento dollari al mese. Solo per l’affitto, senza diritto a corrente elettrica, acqua corrente e altri servizi basilari. Questo rende il grado di indigenza nei campi raccapricciante.

testo Luigi Spera

© marco negri photographer

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