Loading...

sarajevo / srebrenica photoreportage

Le nuvole, quasi a voler incupire l’atmosfera e appesantirla di grigio, coprono il sole sin dopo l’alba. La leggenda negli ultimi venti anni, vuole che sia sempre così nel giorno in cui Sarajevo è attraversata dall’infinito corteo di morte delle vittime dell’eccidio di Srebrenica. Il ritrovamento di nuovi corpi, tiene aperta la ferita del vecchio conflitto. Salme emerse dalle numerose fosse comuni che ricomposte attraversano in camion la capitale simbolo dell’assedio Serbo in camion, in direzione di Srebrenica, lì dove il piano di sterminio dei musulmani di Bosnia ha conosciuto una delle pagine più nere. Centotrentasei bare si sono unite quest’anno alle quasi settemila già interrate nel cimitero di Potocari, divenuto ormai memoriale del genocidio epilogo della guerra nei Balcani. Il corteo è silenzioso. Il dolore che vent’anni fa è stato del mondo, diventa ora intimo. Schivo chi lo prova. Tra le preghiere degli anziani e la voglia di esserci dei più giovani. L’enorme carro funebre taglia in due la piccola folla e la città dove ancora oggi sono visibili i segni del conflitto. Invisibili restano dentro le persone. Tra chi ha vissuto in prima persona l’eccidio e chi ne ha vissuto il dolore nei ricordi dei più grandi. Le due comunità hanno smesso di combattersi, ma le distanze sono rimaste. Le nuove generazioni, parlano della guerra meno dei genitori, ma crescono in una cultura che ripercorre la linea di frattura che il conflitto ha lasciato. Lo stillicidio infinito di ritrovamenti continui di fosse comuni e corpi dilaniati in quei terribili anni non contribuisce all’elaborazione di un lutto collettivo tappa fondamentale per il superamento del conflitto.

Quando non sono le indagini, bastano piogge più insistenti o scavi casuali perchè nuove fosse comuni vengano fuori in ex Jugoslavia. Dal 1995 sono stati migliaia i resti recuperati. Ridare un nome alla vittime degli eccidi, è uno degli obiettivi attuali delle autorità. Ad occupasene sono gli scienziati dell’International Commission on Missing Persons, fondata nel 1996 per iniziativa dell’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Team di scienziati lavorano a partire 1999 con l’obiettivo di ridare nome e dignità a tutte le vittime della guerra e in particolare a quelle del genocidio di Srebrenica. Per 6930 di queste è stato possibile dare un nome e una degna sepoltura. E che non sia ancora finita è chiaro. Negli uffici dove lavora Dragana Vucetic, antropologa forenze del Podrinje Identification Project a Tuzla, arrivano resti quotidianamente. Quelli di oltre 300 persone non ancora identificati vengono sistemati all’interno di un anonimo deposito. Sacchi bianchi contengono resti dove sono contenute le spoglie mortali e spesso gli oggetti di persone strappate con violenza alla vita. L’odore è chiuso, terra umida e morte. Il lavoro degli antropologi forensi e degli anatomo patologi al Pip parte da qui, e ha poco di tecnologico. Sono l’esperienza, le conoscenze scientifiche applicate all’analisi biologica e all’osservazione a guidare gli scienziati nell’attività di ricomposizione. Intuito se una tibia, un bacino, la parte alta del corpo o il cranio appartengono a una stessa persona gli scheletri sono sistemati su un freddo tavolo per autopsie. A quel punto viene prelevato un campione osseo dal quale sarà estratta la sequenza del Dna. Incrociare questo dato con quelli che compongono il data base è il momento finale del processo. Quando dai numeri spunterà fuori un nome. La banca dati è composta attualmente da 22,268 campioni ematici, di questi, 7,743 sono di familiari di vittime del genocidio che hanno donato il Dna per cercare di risalire alle identità dei propri cari.

Il 9 luglio di tutti gli anni dal quel 1995 quando si stima che in tre giorni siano stati eliminati diecimila mussulmani, metà della popolazione della piccolo cittadina nei boschi bosniaci. .
Spesso in auto chi può segue il camion per partecipare a Srebrenica alle commemorazioni. Il corteo triste attraversa Republika Srpska, entità regionale che nella costituzione bosniaca rappresenta la ‘vittoria’ territoriale serba sancita a Dayton, dopo la guerra la presenza serba è andata aumentando anche con trasferimenti. Lungo la strada da Sarajevo a Srebrenica che l’attraversa, bar, locande e ristoranti, hanno spesso nomi evocativi della storia e cultura serba, così da essere ‘riconoscibili’. Nelle città dove più violento è stato l’agire delle truppe di Ratko Mladić, prima a maggioranza musulmana, ora la presenza serba è maggiore. Anche a Srebrenica i serbi sono molti di più rispetto a prima della guerra. Anche per questo, a sottolineare che la maggioranza è venuta fuori dall’eliminazione fisica dell’altra portare le salme nel cimitero di Potocari è importante. Fino a che la terra del cimitero non possa smettere di essere smossa e aperta per ricevere ordinatamente i resti che altra terra continua a lasciare emergere disordinati poco più lontano.

Luigi Spera

Sarajevo Srebrenica - Marco Negri Photoreportage - Commemorazione
arajevo Srebrenica - Marco Negri Photoreportage - Commemorazione
Sarajevo Srebrenica - Marco Negri Photoreportage - Per non dimenticare
Sarajevo Srebrenica - Marco Negri Photoreportage - Per non dimenticare - dopo 20 anni
Sarajevo Srebrenica - Marco Negri Photoreportage - Per non dimenticare - dopo 20 anni
Sarajevo Srebrenica - Marco Negri Photoreportage - Podrinje Identification Project - Tuzla
Sarajevo Srebrenica - Marco Negri Photoreportage - Podrinje Identification Project - Tuzla - Dragana Vucetic
Sarajevo Srebrenica - Marco Negri Photoreportage - Podrinje Identification Project - Tuzla
Sarajevo Srebrenica - Marco Negri Photoreportage - Podrinje Identification Project - Tuzla
Sarajevo Srebrenica - Marco Negri Photoreportage - Podrinje Identification Project - Dragana Vucetic - Tuzla

© marco negri photographer

Tutte le fotografie e tutte le parti di questa pubblicazione sono protette dalle leggi italiane e internazionali sul diritto d’autore. Per informazioni riguardo la riproduzione delle immagini contatta lo staff.